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Non chiamateli “Beni Comuni”!

Le nostre osservazioni sul Regolamento proposto dal Comune

Il 10 maggio 2021, sul sito del Comune di Padova, è stata pubblicata la bozza del “Regolamento sulla collaborazione tra Cittadine e Cittadini attivi e Amministrazione per la cura, la rigenerazione e la gestione condivisa dei Beni Comuni”, che l’Amministrazione guidata da Sergio Giordani approverà prossimamente e che dai/dalle proponenti viene chiamato “Regolamento dei Beni Comuni”.

In quanto Rete Beni Comuni Padova, nata lo scorso anno proprio intorno alla necessità di dare vita ad uno spazio aperto di confronto, discussione e messa in pratica dedicato ai Beni Comuni nella nostra città, scriviamo nero su bianco le nostre osservazioni su questo Regolamento. Si tratta di osservazioni prodotte collettivamente all’interno della Rete e condivise e discusse in un’iniziativa pubblica tenutasi il 30 maggio 2021.

Quello proposto dall’Amministrazione non è un “Regolamento dei Beni Comuni, né tantomeno uno strumento innovativo che fa della nostra città un luogo di sperimentazione all’avanguardia su questo tema. Si tratta, piuttosto, di un regolamento sui beni del Comune, che recepisce in modo tardivo alcuni principi legislativi, come la sussidiarietà orizzontale, e ricalca il modello su cui sono costruite decine e decine di regolamenti simili adottati da altrettanti Comuni d’Italia.

Affermiamo questo dopo aver confrontato la bozza proposta dall’amministrazione padovana con i regolamenti vigenti in altri Comuni italiani e, soprattutto, in base alle seguenti considerazioni relative tanto al metodo con cui questo regolamento è stato elaborato e proposto, quanto al suo contenuto.

  • Un processo tutt’altro che “partecipativo”

La bozza di regolamento è stata elaborata e redatta dall’amministrazione senza alcun coinvolgimento della cittadinanza, alla quale è stato chiesto di esprimersi soltanto a valle della pubblicazione del testo sul sito del Comune. Alle cittadine e ai cittadini è stata concessa una finestra di 21 giorni per leggere la bozza, farsi un’opinione su di essa ed esprimersi (in forma anonima ed esclusivamente individuale) mediante un questionario online.

Si tratta di un processo di carattere al limite consultivo, che non lascia alcuno spazio alla partecipazione e alla discussione reale e che è stato accompagnato da un dibattito pubblico sul tema pressoché inesistente. Inoltre, non è dato sapere né se le osservazioni presentate verranno rese pubbliche, né se e in che modo esse verranno tenute in considerazione dall’amministrazione. Ci pare che, dal punto di vista del metodo, siamo distanti anni luce dalla trasparenza, dalla condivisione e dalla partecipazione effettiva ed informata che caratterizza ciò che noi intendiamo con Beni Comuni.

  • Una logica di concessione, dall’alto verso il basso

Tutti gli strumenti di gestione condivisa dei beni del Comune previsti dal regolamento, vale a dire i “Patti di Collaborazione” e le “Dichiarazioni di Uso Civico”, prevedono processi di attivazione fondati su un rapporto gerarchico tra amministrazione e cittadinanza, dove il potere decisionale è interamente nelle mani della prima. Le/i cittadine/i o i gruppi di cittadine/i possono sì fare una proposta di Patto o di Dichiarazione, ma la sua valutazione, concessione, definizione e monitoraggio è a cura della sola amministrazione e dei suoi apparati tecnici, quali gli Uffici e i Settori di competenza citati nel regolamento.

In sostanza, il regolamento non è un dispositivo attraverso cui si rendono possibili e si promuovono processi di “cittadinanza attiva” prima non ri-conosciuti, ma si adotta la logica del “concedere” alle cittadine e ai cittadini di fare qualcosa. Questo lo rende più simile ad un regolamento per effettuare le assegnazioni o le concessioni in uso di patrimoni dell’ente locale, che ad un regolamento per la gestione dei Beni Comuni.

Una conferma di ciò è data dal fatto che nel regolamento non è prevista alcuna forma di condivisione, confronto e monitoraggio permanente tra le cittadine e i cittadini che si attivano in quella che viene chiamata “la cura, la gestione condivisa e la rigenerazione dei beni comuni”. Tantomeno viene immaginato di attribuire un peso decisionale o anche solo una funzione consultiva o di osservatorio ad un simile organo collegiale.

Come ulteriore conferma della logica che impronta questo regolamento segnaliamo, ad esempio, che esso prevede la possibilità che il “dibattito pubblico” sia promosso dalla sola Amministrazione – lasciando (forse) sottinteso che esso possa essere promosso anche dalla cittadinanza? 

  • Una procedura burocratica e pericolosamente discrezionale

Il modello organizzativo e procedurale per la presentazione, la valutazione e il riconoscimento di un Patto o di una Dichiarazione di uso civico è burocratico e riproduce uno schema gerarchico. Si rimette tutto nelle mani del/della dirigente dell’Unità Organizzativa appositamente istituita e della/del Capo Settore interessata/o dallo specifico processo che, attraverso criteri operativi non espliciti e quindi necessariamente discrezionali, dovranno giudicare il “valore sociale” delle proposte di volta in volta giunte da parte della cittadinanza. Manca completamente un riferimento ad un ente terzo che possa occuparsi di questi aspetti: avrebbe potuto essere una cabina di regia mista, un tavolo tecnico, un laboratorio, insomma un punto di snodo costituito da soggetti “misti”, amministrazione/cittadinanza.

La bozza di regolamento presenta, infine, numerose lacune dal punto di vista applicativo, dal momento che tutti i dettagli operativi (e le relative tempistiche) sono rimandati alla futura elaborazione e approvazione di un non meglio specificato “vademecum”. L’approvazione di un regolamento che rimanda ad un vademecum per definire le modalità della sua stessa applicazione costituisce un aspetto fortemente critico, che rende ancora più discrezionale ed incerto l’intero procedimento.

Considerazioni conclusive

A Padova, come ovunque nel mondo, sono molte le persone che quotidianamente e collettivamente dedicano mente e corpo a promuovere una visione ecologica e sostenibile del territorio e a difendere questi Beni e il territorio stesso dalla speculazione, dalla privatizzazione e dalla messa a profitto che avanzano in ogni ambito della società, così come dall’incuria e dall’abbandono in cui spesso versano. Lo fanno del tutto gratuitamente, non per sentirsi meglio, per tenersi occupate nel tempo libero o mosse dal desiderio di contribuire alla gestione di beni e risorse di cui le istituzioni non riescono ad occuparsi. Piuttosto, lo fanno per migliorare le condizioni di vita proprie e degli altri, per il valore che danno al territorio come organismo vivente di cui va promossa e rispettata la biodiversità, alla comunità, per tutelarne la salute e la diversità, così come l’accesso alle risorse tecnologiche e dell’informazione, per estendere ciò che fa bene a tutte/i e non fa male a nessuna/o. Non si tratta solo di abbellire il mondo, ma di renderlo più giusto.

I Beni Comuni, per definizione, si creano nelle pratiche, nel valore d’uso di uno o più beni, nella vita che crea le esigenze della comunità e le risposte alle esigenze. Questo rende dunque necessario uno scarto di paradigma: non si dà una realtà da valutare a cura di qualcuno (il “Bene Comune” da valutare a cura dell’Amministrazione), si danno processi che nell’interazione, relazione e nel confronto tra persone generano valore e vita. E’ la persona nel suo contesto ecologico che genera il bene che definiamo “comune” e questo va riconosciuto innanzitutto come il precipitato di relazioni, ambiente e vita. 

Un Regolamento dei Beni Comuni coerente con le osservazioni riportate in questo documento dovrebbe valorizzare tutti i processi di autogestione e di attivazione delle persone che hanno come fine la cura per la comunità e l’ecologia nella quale questa si configura, in quanto sono questi processi che definiscono, e quindi identificano, il Bene Comune. 

Tale Regolamento potrebbe e dovrebbe valorizzare le pratiche esistenti in tutte le culture e che sono generative di processi di comunità, in modo da non rendere la identificazione e definizione dei beni comuni una sovrastruttura culturale. I beni comuni sono generati dal modo in cui una comunità decide di prendersi cura delle persone, dell’ambiente e delle strutture, oltre che delle regole d’uso stesse che creano e allo stesso tempo governano una comunità. 

Crediamo che se si vuole parlare di Beni Comuni è da qui che si deve partire. Non ci si può limitare a slogan, dichiarazioni di principio e nuovi procedimenti burocratici. È necessario parlare di problemi reali, di processi di autogoverno, di libera iniziativa, di riconoscimento ed incoraggiamento di dimensioni collettive, di forme e documenti di corresponsabilità. Ci vuole tempo, ascolto e condivisione. Non bastano 21 giorni ed un form online. Sono necessari processi aperti e trasparenti, che facciano uso delle tecnologie digitali non solo come specchietto per le allodole dell’innovazione, ma per favorire accesso, interazione e co-costruzione della vita pubblica da parte di tutte e tutti. 

Non pubblichiamo queste osservazioni per affermare dei principi astratti o per “commentare” un regolamento che abbiamo il timore verrà approvato cambiando solo qualche virgola, senza rivederne e ridiscuterne l’impostazione complessiva come sarebbe necessario. Le pubblichiamo, invece, per dire all’amministrazione comunale di Padova e a tutte le cittadine e tutti i cittadini della nostra città che oggi più che mai è necessario aprire un discorso ed un percorso reale sui Beni Comuni e la loro tutela. Nel nostro piccolo, a partire dalle nostre pratiche e dalla stesura di una bozza di manifesto, noi ci stiamo provando. Siamo disponibili al confronto e alla collaborazione.

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